Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite e-mailIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
La scienza scopre la coscienza PDF Stampa E-mail

2 Aprile 2025

 Da Rassegna di Arianna del 31-3-2025 (N.d.d.)

Che dire di uno scienziato che dopo aver passato una vita a studiare la fisica e a inventare formidabili macchine e congegni che tutti usiamo, arriva a fare la scoperta delle scoperte: non siamo solo materia ma spirito e coscienza, il mondo è irriducibile a una macchina o un computer, a un algoritmo o all’intelligenza artificiale? Che vorrebbero dichiararlo insano di mente, se non fosse che quella stessa mente, ora rivolta all’amore come energia universale e alla coscienza come motore di ogni processo, è la stessa che ha inventato il micro-processore e il touchscreen, solo per dire un paio di cose preziose di cui dobbiamo essergli grati. E allora puoi dare tre diverse spiegazioni: la prima, che era lucido e poi è impazzito e da scienziato è diventato un po’ santone; la seconda, che solo un pazzo può fare invenzioni geniali che cambiano il corso del mondo, e se vuoi le une, devi rispettare le altre; la terza, che non sia pazzo ma la sua intelligenza lo ha condotto dopo le sue invenzioni a trovare il punto di fusione tra la ricerca scientifica e la ricerca spirituale.

Sto parlando di Federico Faggin, vicentino, vivente, fisico e metafisico, ormai. E ve ne parlo non da oggi, ma da qualche anno e da qualche libro. È uscito un documentario della Rai, ora visibile su RaiPlay, a cura di Marcello Foa e di altri suoi collaboratori, L’uomo che vide il futuro, che ne ricostruisce puntualmente la storia, la vita e raccoglie le parole del suo straordinario cammino. Vi sto parlando di uno scienziato che ha rivoluzionato Silicon Valley: senza di lui – ha detto Bill Gates – sarebbe solo una Valley: è lui che ha compiuto la rivoluzione del silicio. Una rivoluzione che lo pone sulla scia di Marconi e di Fermi, tra i grandi inventori italiani che hanno fatto nascere il mondo nuovo.

Ma raccontiamo in breve la sua storia. Figlio di uno studioso di filosofia antica e platonica, Giuseppe Faggin, curatore delle opere di Plotino, Federico decide di “tradire” gli studi di suo padre, e diventa perito industriale. Vuole occuparsi di aeronautica, è la sua passione, ma un incidente produrrà il distacco della retina e gli impedirà di realizzare il suo sogno di volare: una disgrazia che col tempo si rivelerà una grazia, una “provvida sventura”. Perché i suoi studi prendono una via fruttuosa. A diciannove anni, alla fine degli anni Cinquanta, fabbrica il primo, rudimentale computer; un enorme bestione ingombrante. Viene assunto dalla Olivetti, dove mette a fuoco le sue prime scoperte. Si laurea in Fisica a Padova; poi, come è accaduto a tanti, a troppi, il suo talento è costretto a emigrare negli States: l’Italia sforna ingegni ma non offre poi loro il contesto favorevole per mettere a frutto le loro opere, devi andartene oltreoceano. Comunque sarà lì che la scoperta si farà realtà. Meucci, Marconi, Fermi… È dai tempi di Cristoforo Colombo che le imprese dei nostri scopritori poi le mettono in pratica in America…

Faggin mette a punto un piccolo calcolatore elettronico, poi lavora sui transistor, li rende più efficienti e più veloci, quindi li applica a nuovi dispositivi, sposa il computer al telefono (ma nel frattempo sposa anche sua moglie, che le è ancora a fianco). L’anno chiave è il ’68: mentre da noi in Europa nasce la rivoluzione delle parole, dei cortei, delle occupazioni, delle barricate e poi della violenza, il ’68 di Faggin compie la rivoluzione del silicio che cambierà sul serio la nostra vita. Inventa il microprocessore, rende parlante il pc, antesignano dell’i-phone. Quindi, inventa il touchscreen, prima per gioco, poi preziosa scoperta di utilità universale. Faggin non è solo inventore ma anche imprenditore delle sue scoperte, con un suo gruppo di ingegneri. Successivamente decide di dedicarsi alle reti neuronali e quindi alle “macchine pensanti”, madri dell’intelligenza artificiale. Si inoltra in studi biologici e neurologici e si rende conto che i segnali elettrici non riescono da soli a produrre sensazioni, occorre qualcosa che non è riconducibile ai corpi, alla fisica, alla materia, che fa da supervisore alle reti neurali, dà un impulso, una direzione, una consapevolezza: è la coscienza. Così Faggin tenta l’impresa ardita di programmare un Pc cosciente, davvero intelligente: ma si accorge che è impossibile. Anche in questo caso la sconfitta è la premessa alla sua nuova scoperta: dopo un periodo di insoddisfazione, avvenne l’illuminazione e la svolta. Una notte prenatalizia, sul lago Tahoe, Faggin avvertì “una fortissima energia irradiarsi dal suo petto” e da allora intraprese un cammino spirituale di conoscenza e di autoconoscenza, intrecciandolo alla ricerca scientifica. Voleva dimostrare che il mondo non è frutto del caos, del caso, degli atomi e di un “orologiaio cieco” ma di “enti coscienti che esistono da sempre” e sono tra loro connessi. Dopo anni di studi in cui mise a frutto anche le scoperte della fisica quantistica, scoprì il regno della coscienza e del libero arbitrio. Più di recente, nel suo saggio Irriducibile, Faggin mostrò “la natura spirituale dell’universo”; la materia è fatta di energia vibratoria, una cellula è ben più d’un miscuglio di atomi e molecole. La fisica, osserva, si ferma allo studio della materia, non va oltre e crede di avere in pugno l’universo. L’altro giorno in una conferenza a Praga un fisico teorico italiano contestava la chiave umanistica e spirituale del mio approccio e diceva che ormai la filosofia è superata dalla fisica che può darci una visione del mondo. Ma la fisica non ti dice nulla sul bello, sul bene, sul giusto, non è suo campo l’etica, l’estetica, i sentimenti, l’ontologia, ignora la scommessa della fede… Faggin formula il postulato dell’essere e lo poggia su due gambe; l’essere è dinamico, cioè cambia di continuo, ed è olistico, cioè è in relazione a tutto, è connesso col mondo e con gli altri. Così ritrova l’antico Conosci te stesso, premessa per conoscere anche gli altri. Ritiene che esistere voglia dire conoscere (“Fatti non fummo per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”); e cooperare con gli altri è meglio sotto tutti i punti di vista che competere. Ma c’è una realtà oltre il visibile. Non siamo macchine, come pensano gli scientisti, ma scienza e spiritualità alla fine convergono e danno senso alla nostra vita. Chi nega la realtà spirituale, commette “un crimine contro l’umanità” che “porta all’eliminazione dei valori umani” e della libertà. Faggin critica il riduzionismo: ”dal più può derivare il meno, ma non viceversa”. È possibile il degrado, ma per progredire occorre un fattore superiore.

In questo cammino c’è una grande rivoluzione circolare: il destino della scienza torna alle origini del pensiero. La fisica nuova si congiunge alla filosofia, e ritrova l’umanità, la coscienza, l’identità e la libertà.

Ma oltre questo cammino prodigioso che riguarda l’umanità, Faggin compie anche un suo intimo, personale cammino: dopo aver voltato le spalle a suo padre e ai suoi studi filosofici, ritrova alla fine del suo percorso gli autori, i pensieri e le intuizioni dei filosofi cari a suo padre che combaciano con gli esiti della fisica quantica. Lo scienziato ritorna al padre, come la scienza ritorna al pensiero. ”Ricondurre il divino che è in noi al divino che è nell’universo”, ripete Faggin con suo padre, citando Plotino. Così la gratitudine per averci migliorato la vita con la tecnica, si fa radiosa per averci poi donato la fiducia nell’essere e nel futuro.

Marcello Veneziani


 
Si gioca con la guerra PDF Stampa E-mail

30 Marzo 2025

 Da Rassegna di Arianna del 28-3-2025 (N.d.d.)

Da parte di alcuni governi europei nonché dalla stessa Unione Europea, è partita una narrazione emergenziale riguardante l'imminenza d'uno stato di guerra, con tanto d'indicazione ai cittadini di fare scorte di cibo. Come sempre, nulla è come appare; ma neanche si può pensare che atti di questo genere siano frutto di mera improvvisazione.

Osservando le diverse azioni e comunicazioni messe in campo, ritengo si possa ipotizzare che l'élite globalista-guerrafondaia stia dispiegando tre differenti livelli di strategia: uno inerente alla "vecchia" agenda di guerra mondiale e che si gioca sul lungo termine; un altro di natura finanziario-speculativa, che si gioca sul medio termine; infine, un terzo livello emergenziale e accelerazionista che riguarda nell'immediato la gestione del dissenso sociale.

Proviamo a descrivere uno per uno questi tre livelli: 1) Tutto quello che gli europei stanno decidendo di fare, appare privo di senso se visto alla luce degli indirizzi della nuova amministrazione americana e del possibile rafforzamento dei legami anche economici fra Stati Uniti e Russia. Non appare affatto privo di senso, però, qualora si considerasse l'ipotesi che i rapporti di potere all'interno degli Stati Uniti fra quattro-cinque anni possano capovolgersi nuovamente. Ecco, allora, che un piano di medio-lungo termine come "ReArm Europe", se visto sotto tale ottica acquisisce senso e significato: esso appare cioè come un paziente investimento in vista di quel momento in cui, per il progetto di Terza Guerra Mondiale, torneranno a esserci le condizioni politiche; ovvero i rapporti di forza interni all'Occidente potrebbero tornare a pendere in favore dei globalisti e, questa volta, in misura schiacciante. 2) La crisi economica della UE può essere affrontata temporaneamente solo con una nuova bolla speculativa, che eviti di far sprofondare tutto all'improvviso. Dopo i giri d'affari sui vaccini e sulla riconversione green, ecco dunque un terzo sommovimento finanziario incentrato sugli armamenti. Il tutto garantito, come al solito, da figure politiche in plateale conflitto d'interessi come il cancelliere tedesco Merz, che è stato fino al 2020 consigliere del fondo d'investimento Blackrock, ovvero del principale azionista di quelle aziende tedesche ed europee che beneficeranno del progetto di riarmo. Insomma, una metodologia-zombie per animare il corpo d'un sistema economico defunto. 3) L'insostenibilità sociale del progetto Rearm Europe, si cala in un contesto di tracollo della produzione industriale e del potere d'acquisto delle famiglie in tutto il continente, nonché di sfiducia popolare crescente verso i governi nazionali e verso l'apparato eurofederale. Al fine di gestire tutto questo, per i governanti è necessario continuare a operare nello stato d'eccezione, come ormai avviene senza soluzione di continuità dal 2020.

E qui arriviamo ai già citati appelli alla popolazione, da parte di UE e governi, a fare scorte di cibo: quale false flag, quale nuova emergenza è in programma per far sì che i cittadini si comportino in maniera conseguente a questa pressione terroristica? La risposta a questo interrogativo, ovviamente, non è al momento disponibile. Quello che possiamo intuire, però, è che, se da una parte gli aspetti finanziari e geopolitici si giocano sui termini medio e lungo, il conflitto che in Occidente è alla base di tutti gli altri conflitti si sta invece per giocare a strettissimo giro: stiamo parlando della guerra che i governanti hanno avviato contro i propri popoli.

Riccardo Paccosi


 
Morte o deportazione PDF Stampa E-mail

27 Marzo 2025

 Da Comedonchisciotte del 26-3-2025 (N.d.d.)

Questo è l’ultimo capitolo del genocidio. È la spinta finale, intrisa di sangue, per cacciare i palestinesi da Gaza. Niente cibo. Niente medicine. Nessun riparo. Niente acqua potabile. Niente elettricità. Israele sta rapidamente trasformando Gaza in un calderone dantesco di miseria umana dove i palestinesi vengono uccisi a centinaia e presto, di nuovo a migliaia e decine di migliaia, oppure saranno costretti ad andarsene per non tornare mai più. Il capitolo finale segna la fine delle bugie israeliane. La menzogna della soluzione dei due Stati. La menzogna che Israele rispetta le leggi di guerra che proteggono i civili. La menzogna che Israele bombarda ospedali e scuole solo perché sono usati da Hamas come rifugi. La menzogna che Hamas usa i civili come scudi umani, mentre Israele costringe abitualmente i palestinesi prigionieri a entrare prima delle truppe israeliane in tunnel e edifici che potrebbero essere minati. La menzogna che Hamas o la Jihad islamica palestinese (PIJ) sarebbero responsabili – a causa di razzi palestinesi fuori bersaglio – della distruzione di ospedali, edifici delle Nazioni Unite o della strage di palestinesi. La menzogna che gli aiuti umanitari a Gaza sono bloccati perché Hamas dirotta i camion o contrabbanda armi e materiale bellico. La menzogna che i bambini israeliani vengono decapitati o che i palestinesi stuprano le donne israeliane. La menzogna che il 75% delle decine di migliaia di morti a Gaza erano “terroristi” di Hamas. La menzogna che Hamas, poiché avrebbe riarmato e reclutato nuovi combattenti, è responsabile della rottura dell’accordo di cessate il fuoco.

Il nudo volto genocida di Israele è in piena evidenza. Ha ordinato l’evacuazione del nord di Gaza, dove i palestinesi disperati sono accampati tra le macerie delle loro case. Ciò che si prospetta ora è una carestia (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente, UNRWA, ha dichiarato il 21 marzo di avere ancora sei giorni di scorte di farina), morti per malattie causate da acqua e cibo contaminati, decine di morti e feriti ogni giorno sotto la pioggia incessante di bombe, missili, granate e proiettili. Nulla funzionerà, panifici, impianti di trattamento delle acque e delle fognature, ospedali – Israele ha fatto saltare in aria l‘ospedale turco-palestinese danneggiato il 21 marzo – scuole, centri di distribuzione degli aiuti o cliniche. Per la mancanza di carburante meno della metà dei 53 veicoli di emergenza gestiti dalla Società della Mezzaluna Rossa Palestinese funzionano ancora. Presto non ce ne saranno più. Il messaggio di Israele è inequivocabile: Gaza sarà inabitabile. Andarsene o morire.

Da martedì, quando Israele ha rotto il cessate il fuoco con pesanti bombardamenti, sono stati uccisi oltre 700 palestinesi, tra cui 200 bambini. In un periodo di 24 ore sono stati uccisi 400 palestinesi. Questo è solo l’inizio. Nessuna potenza occidentale, compresi gli Stati Uniti, che forniscono le armi per il genocidio, intende fermarlo. Le immagini da Gaza durante i quasi sedici mesi di attacchi incessanti sono state terribili. Ma ciò che sta per accadere sarà ancora peggio. Farà concorrenza ai più atroci crimini di guerra del XX secolo, le carestie, i massacri e la distruzione del Ghetto di Varsavia nel 1943 da parte dei nazisti.

Il 7 ottobre ha segnato la linea di demarcazione tra la politica israeliana che sosteneva la brutalizzazione e la sottomissione dei palestinesi e la politica che chiede il loro sterminio e la loro rimozione dalla Palestina storica. Quello a cui stiamo assistendo è l’equivalente storico dell’evento innescato dall’annientamento di circa 200 soldati guidati da George Armstrong Custer nel giugno del 1876 nella battaglia del Little Bighorn. Dopo quell’umiliante sconfitta, il destino dei nativi americani era stato quello di essere uccisi o costretti in campi di prigionia, in seguito chiamati riserve, dove migliaia di persone erano morte di malattie sotto lo sguardo spietato dei loro occupanti armati, conducendo una vita di immiserimento e disperazione. Aspettatevi lo stesso per i palestinesi di Gaza, scaricati, sospetto, in uno degli inferni del mondo e dimenticati. […]

L’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas era stato progettato per essere attuato in tre fasi. La prima fase, della durata di 42 giorni, avrebbe visto la fine delle ostilità. Hamas avrebbe rilasciato 33 ostaggi israeliani catturati il 7 ottobre 2023 – tra cui donne, persone di età superiore ai 50 anni e malati – in cambio di circa 2.000 uomini, donne e bambini palestinesi imprigionati da Israele (circa 1.900 prigionieri palestinesi sono stati rilasciati da Israele al 18 marzo). Hamas ha rilasciato un totale di 147 ostaggi, otto di questi erano morti. Israele afferma che ci sono 59 israeliani ancora prigionieri di Hamas, 35 dei quali sono ritenuti deceduti.

L’esercito israeliano si sarebbe ritirato dalle aree popolate di Gaza il primo giorno del cessate il fuoco. Il settimo giorno, i palestinesi sfollati sarebbero stati autorizzati a tornare nel nord di Gaza. Israele avrebbe consentito l’ingresso a Gaza, ogni giorno, di 600 camion di aiuti con cibo e forniture mediche. La seconda fase, che si prevedeva venisse negoziata il sedicesimo giorno del cessate il fuoco, avrebbe visto il rilascio dei restanti ostaggi israeliani. Israele avrebbe completato il suo ritiro da Gaza, mantenendo una presenza in alcune parti del corridoio di Philadelphia, che si estende lungo le otto miglia di confine tra Gaza e l’Egitto. Avrebbe ceduto il controllo del valico di frontiera di Rafah con l’Egitto. La terza fase prevede negoziati per la fine definitiva della guerra e la ricostruzione di Gaza.

Israele firma abitualmente accordi, tra cui gli Accordi di Camp David e l’Accordo di pace di Oslo, con scadenze e fasi. Ottiene ciò che vuole – in questo caso il rilascio degli ostaggi – nella prima fase e poi viola le fasi successive. Questo schema non è mai cambiato. Israele si è rifiutato di onorare la seconda fase dell’accordo. Due settimane fa ha bloccato gli aiuti umanitari a Gaza, violando l’accordo. Nella prima fase del cessate il fuoco ha anche ucciso almeno 137 palestinesi, tra cui nove persone – tre delle quali giornalisti – quando i droni israeliani hanno attaccato una squadra di soccorso il 15 marzo a Beit Lahiya, nel nord di Gaza

I bombardamenti pesanti di Israele su Gaza sono ripresi il 18 marzo mentre la maggior parte dei palestinesi dormiva o stava preparando il suhoor, il pasto consumato prima dell’alba durante il mese sacro del Ramadan. Israele non fermerà i suoi attacchi, anche se gli ostaggi rimanenti saranno liberati – la presunta ragione di Israele per la ripresa dei bombardamenti e dell’assedio di Gaza.

La Casa Bianca di Trump esulta per il massacro. Attacca i critici del genocidio come “antisemiti” che dovrebbero essere messi a tacere, criminalizzati o deportati, mentre regala a Israele armi per miliardi di dollari. L’assalto genocida di Israele a Gaza è l’inevitabile epilogo del progetto coloniale e dello Stato di apartheid. Il sequestro di tutta la Palestina storica – con la Cisgiordania che presto, mi aspetto, sarà annessa da Israele – e l’allontanamento di tutti i palestinesi sono sempre stati l’obiettivo sionista.

I peggiori eccessi di Israele si erano verificati durante le guerre del 1948 e del 1967, quando erano stati confiscate enormi porzioni della Palestina storica, migliaia di palestinesi erano stati uccisi e centinaia di migliaia sottoposti a pulizia etnica. Tra queste guerre, il furto di terra al rallentatore, gli assalti omicidi e la costante pulizia etnica in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, sono continuati. Quella danza ben orchestrata è finita. Questa è la fine. Quello a cui stiamo assistendo supera tutte le aggressioni storiche contro i palestinesi. Il demenziale sogno genocida di Israele – un incubo per i palestinesi – sta per essere realizzato. Questo distruggerà per sempre il mito che noi, o qualsiasi altra nazione occidentale, rispettiamo lo stato di diritto o siamo i protettori dei diritti umani, della democrazia e delle cosiddette “virtù” della civiltà occidentale. La barbarie di Israele è la nostra. Forse noi non lo capiamo, ma il resto del mondo sì.

Chris Hedges (tradotto da Markus) 


 
Sta crollando tutto PDF Stampa E-mail

24 Marzo 2025

 Da Rassegna di Arianna del 20-3-2025 (N.d.d.)

Sta crollando tutto e credono di tenere insieme il muro che viene giù rafforzandolo con la melassa. Senza manco capire che oramai la melassa genera disgusto, vomito. 

A quel giullare del potere che è Benigni bisogna ricordare che la UE, quella reale e non quella dei suoi deliri, ha significato: 1) compressione salariale (ammesso dallo stesso Draghi) 2) smantellamento dello stato sociale, dei diritti alla salute, del lavoro. 3) soppressione della sovranità popolare, dato che la UE è servita a spostare le decisioni importanti verso centri sottratti al controllo democratico 4) svuotamento della democrazia, dato che tutte le decisioni erano prese altrove, e qualsiasi governo eletto si doveva muovere entro quelle coordinate (vi ricordate quei vermi che giustificavano tutto con "ce lo chiede l'Europa"?) 5) crimini contro l'umanità in Grecia, perché tre lire non si potevano tirare fuori, mentre ora scopriamo che fare un baratro di debiti per favorire l'industria delle armi e salvare l'industria tedesca di può fare

Ora ve ne venite fuori con quel guitto, o con discussioni su Ventotene. Ma lo avete letto? Un insieme di chiacchiere che mai nessuno ha preso sul serio, dato che la UE, nei suoi trattati fondativi, delinea una direzione opposta. Idee confuse, buone per fare propaganda, ma che si disfano non appena devi fare i conti con la realtà, con le differenze di cultura, di interessi, di tradizioni. Un manifesto che ignora del tutto la discussione sull'Europa che già all'epoca era ricca, sul rapporto tra culture nazionali e identità europea, sugli strati che compongono la storia dell'Europa. Si potrebbe parlare di quel manifesto, non con coloro che ne fanno un feticcio, quelli gne gne, oddio contessa, critica Spinelli. E chi è Spinelli? Mosè? Perché lo hanno imbalsamato e trasformato in Mosè, solo che le acque non si aprono e manna dal cielo non ne è venuta. Si potrebbe discutere, lo si faccia senza le regole celebrative, salottiere, da perditempo e da signora la contessa. Ma in fondo sarebbe del tutto inutile, è tempo perso, perché mai nessuno ha preso sul serio Spinelli. Spinelli è sempre stato e sempre sarà un'arma di distrazione di massa. Serve a parlare del sesso degli angeli per non parlare della realtà.

Qualcuno crede che Ursula bomber leyen lo abbia letto? Forse neanche sentito mai nominare.

Il manifesto di Ventotene è un nulla che serve solo come foglia di fico per non parlare delle politiche antidemocratiche e antipopolari che hanno caratterizzato trent'anni di UE. Destra e sinistra ci costringono a parlare del nulla per non parlare della realtà, di un'Europa al servizio delle banche, vi ricordate Draghi? Spinelli serve alla Meloni come serve a Fornaro: un'evasione nel mondo delle ideologie, per coprire quello che sta accadendo. Parliamo di un manifesto di cent'anni fa per non parlare delle sfide attuali.

Il guitto Benigni serve a questo: a nascondere la realtà sotto una massa di retorica. Il potere sta perdendo la testa, capisce che sta crollando tutto, e allora ha scatenato una guerra di propaganda che manco le SS. Tutto inutile, perché, signori, siamo al capolinea e tra poco si scende. Il castello sta crollando perché i costruttori  erano pessimi, perché l'edificio è senza fondamenta. Perché la UE nasce come tentativo di cancellare l'Europa, i suoi strati, le sue radici, le sue differenze, la sua ricchezze, per annullare la tradizione Europea.

E noi, eredi dell'Europa e della sua cultura, difendiamo l'Europa contro quella macchina per fare il vuoto che è la UE.

Vincenzo Costa


 
Armatevi e partite PDF Stampa E-mail

21 Marzo 2025

 Da Rassegna di Arianna del 9-3-2025 (N.d.d.)

Anche un orologio rotto segna due volte al giorno l’ora esatta. Come dare torto a Crudelia Demon travestita da contessa Von der Leyen quando afferma che la pace si costruisce sulla forza? È il vecchio detto romano si vis pacem, para bellum, se vuoi la pace, prepara la guerra. Ma non ci piace affatto che la nuova parola d’ordine sia riarmo. L’Europa, ovvero il suo simulacro con sede a Bruxelles (succursale della centrale politica di New York e di quella finanziaria di Londra) chiama alle armi, parlando addirittura di formare un esercito unico europeo, dopo oltre settant’anni di disarmo morale oltre che materiale e aver lasciato agli Stati Uniti il ruolo di unica potenza militare in nome di un pacifismo codardo, punteggiato da fuga dalle responsabilità, indifferenza, bandiere arcobaleno e sermoni moraleggianti. Pessima cosa quando i mercanti imbracciano il fucile.

E sia, lo facciano, a patto che siano le oligarchie ad armarsi, pagare il conto e partire per il fronte. Loro, i figli, i famigli, i leccapiedi e l’armata giornalistica pagata da Bruxelles, da Soros e dall’Usaid. Armatevi e partite, i popoli d’Europa non ci stanno. Lo diciamo con la tristezza del fallimento personale. Chi scrive appartiene a una generazione che sognava un’Europa Nazione unita dall’Atlantico agli Urali, non l’accozzaglia di burocrati e di servi. Prima ci hanno disarmato nell’anima, facendoci uscire dalla storia: l’ Europa – come tale – è un fantasma dal 1945. Adesso riscoprono il linguaggio della guerra. Alle parole prima o poi seguono i fatti. E l’Europa dimezzata – propaggine estrema di una categoria non più geografica chiamata Occidente – ha trovato il nemico, l’orso russo.

Contro di esso Frau Ursula chiede il riarmo, invoca l’ aumento delle spese militari, da escludere dal famigerato vincolo esterno che ci soffoca da Maastricht in poi. Per le spese sociali il denaro manca, per la politica industriale pure, ma per i cannoni i soldi li trovano sempre, parola dei loro padroni banchieri, adusi a finanziare le guerre. Per questo Crudelia 2.0 rispolvera le parole della guerra con la bava alla bocca, in compagnia dello spelacchiato leone britannico, del vanesio galletto francese e dei baltici a cui si attaglia la definizione di botoli ringhiosi che Dante affibbiò agli aretini. No, non ci stiamo. La Russia non è nostra nemica. È parte dell’Europa geograficamente, culturalmente, spiritualmente. Non dispiega missili contro di noi, non è in grado di invaderci innanzitutto per evidenze demografiche (i mandarini di Bruxelles leggano La sconfitta dell’Occidente di Emmanuel Todd) non ci colonizza da tre quarti di secolo. Questo lo fa l’amicone a stelle e strisce.

La Russia forniva – ed ancora fornisce a costi più elevati, poiché l’economia reale funziona così – energia a buon prezzo. Un’interdipendenza vantaggiosa per entrambe le parti che poteva diventare alleanza a lungo termine. Ne sanno qualcosa l’industria tedesca in panne, quella italiana e il nostro portafogli svuotato dai costi delle bollette domestiche. Intendiamoci: un esercito ci vuole, deve essere efficiente e capace di difendere il territorio dalle minacce esterne. È ragionevole spendere (bene) per rafforzarlo. Ma non sulle spalle delle spese sociali, non dopo avere foraggiato Kiev di armi e denaro che non riavremo, andato in parte a ingrassare le corrotte classi dirigenti della sfortunata Ucraina. Non dopo aver inventato la trappola del rapporto del tre per cento tra debito e PIL, non dopo aver messo in ginocchio interi comparti industriali con la politica della lesina e con il demenziale pareggio di bilancio. Non dopo aver chiamato aiuto di Stato ogni politica economica attenta agli interessi nazionali.

Soprattutto, gridiamo no all’esercito europeo, un no grande come il grattacielo incompiuto sede dell’UE, imitazione della torre di Babele. Niccolò Machiavelli scrisse che uno Stato esiste se batte la propria moneta e ha un esercito indipendente. Della moneta euro conosciamo il carattere privato, gestita da una banca centrale che risponde a logiche e comandi da cui i governi (e la Commissione UE) sono esclusi. Se mettiamo in mano alla cupola di Bruxelles un esercito, saremo disarmati dinanzi al nemico. Interno, non esterno. Rammentiamo la definizione di Stato di Max Weber: la struttura che ha il monopolio dell’uso della forza. Ne esistono già i presupposti giuridici nei trattati dell’Unione, che ha un abbozzo di strumento militare di pronto intervento nell’ Eurogendfor, il cui compito reale è la repressione del dissenso.

Immaginiamo per un momento l’armata europea. Chi la comanderà? Quali saranno i suoi compiti? Chi prenderà le decisioni, dalla produzione e dall’acquisto dei materiali sino al dispiegamento di truppe e alle regole d’ingaggio? Chi gestirà i codici che significano guerra o pace? E che ne sarà dei governi nazionali? Se uno o più Stati volessero svolgere una politica autonoma, l’esercito europeo dichiarerà loro guerra? Chi farà parte delle forze armate dell’Unione? Quasi dovunque è stata abolita la leva, quindi dovremo ricorrere a mercenari, che chiamiamo contractor perché fa più fine. Diventerà normale servirsi di compagnie di ventura, come nei secoli XIV e XV. Abbiamo odiato la compagnia Wagner al servizio dei russi, ma il suo capo, il defunto Evgenij Prigozhin, era l’Erasmo Gattamelata o il Giovanni dalle Bande Nere del presente, un imprenditore della guerra, come la multinazionale occidentale (quindi buona per definizione) Academi, ex Blackwater.

I popoli europei sono stati educati alla mollezza, alle comodità, a un’esistenza priva di regole, disabituati alla disciplina e al confronto fisico. In più sono in gravissima crisi demografica. Non è difficile immaginare che sarà impossibile formare i ranghi, ricreare una mentalità perduta da generazioni, organizzare una struttura efficiente dopo aver lasciato agli Usa ogni responsabilità per mezzo secolo. Dovremo ricorrere largamente a truppe straniere. Non ci potrà essere amore per la bandiera europea in cui nessuno crede. I professionisti tengono soprattutto alla paga e, vivaddio, alla pellaccia. I comandanti potrebbero diventare, come i generali del basso Impero Romano, soggetti politici. In possesso di armi e con soldati che risponderanno a loro, non a Ursula o a chi per lei, saranno una casta potentissima. L’esercito sarà una grande Legione Straniera al soldo di un’oligarchia estranea ai popoli. Chissà in quale lingua verranno impartiti gli ordini.

Il nemico designato, la Russia, è l’avversario storico della geopolitica imperiale britannica e americana, non dell’Europa, il cui interesse è l’amicizia con il vicino orientale, che rappresenta la metà del nostro continente. La russofobia è alimentata dall’attivismo francese e britannico (ma Londra è una tigre di carta, militarmente) e dalle improvvide parole di Kaja Kallas, vice di Ursula e Alto (??) Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Sicurezza. Guerrafondaia scatenata, la signora proveniente dall’ Estonia (1,4 milioni di abitanti, compresa la minoranza russa) si domanda inquieta come potrà l’Europa sconfiggere la Cina se non ce la fa con la Russia. Chi la controlla le tappi la bocca. O forse no, affinché l’opinione pubblica comprenda in che mani siamo caduti. È incredibile che le posizioni belliciste più accanite siano oggi rappresentate da donne, Erinni che giocano con il sangue altrui. Oltre alla Kallas, la verde tedesca Annalena Baerbock, la finlandese Sanna Marin, la moldava Maia Sandu, la neocons americana Victoria Nuland, in passato Madeleine Albright. Vengono riposte le bandiere arcobaleno nel momento in cui servirebbe una mobilitazione per la pace in Ucraina e in Medio Oriente, mentre cresce la tensione nella Repubblica Serba di Bosnia. Aumenta il distacco tra le oligarchie, i governi e le opinioni pubbliche. Che farebbe l’esercito europeo dinanzi alla mobilitazione rumena a favore di Calin Georgescu, arrestato pretestuosamente?

È triste pensare in questi termini: da giovane chi scrive cantava “né vodka né Coca Cola”. Abbiamo avuto l’una e l’altra: la sottomissione agli Usa con relativa deculturazione, e la dipendenza non dall’arcigno marxismo sovietico, ma dalla sua velenosa deriva occidentale progressista, i cui simboli sono le droghe, l’alcolismo di massa, il deserto morale, l’odio di sé. Ovvero il disarmo generale della civiltà di cui oggi verifichiamo gli effetti anche sul piano militare. Si è detto che l’Europa è un gigante economico (sempre meno, peraltro), un nano politico e un verme militare. È con queste generazioni che l’Europa si riarmerà? Evidentemente no; saremo in balia di una nuova casta militare di mercenari indifferente ai nostri popoli. Oppure, l’esercito di Ursula dovrà fare i conti con quote etniche, rosa e LGBT, come i pompieri californiani che dipingevano di arcobaleno le bocche anti incendio, incapaci di spegnere il fuoco che ha divorato Los Angeles. O mercenari efficienti senza patria, o un sistema di quote: tre generali alla Francia, due alla Germania, un paio di colonnelli al Belgio, uno al Portogallo, un sergente a Malta e al Lussemburgo, dopo aver verificato che sia stato arruolata una percentuale di non bianchi, di “non binari” omo e transessuali. Quanto agli armamenti, li produrremo noi o li compreremo dal Big Fellow americano? Le politiche dell’Unione unite alle paturnie green fanno crollare l’industria automobilistica: l’ ultimo caso è un contrappasso, la chiusura degli stabilimenti Audi di Bruxelles. Forse al posto delle autovetture fabbricheranno carri armati.

Da qualunque punto di vista si valuti, l’esercito europeo è una follia. Una tragedia lasciarlo nelle grinfie di una classe dirigente di imbarazzante mediocrità. Specie se lo scopo è trascinare tutti nel buco nero di una guerra catastrofica. Sarebbe, dopo le due del Novecento, la terza guerra civile europea. L’ultima, probabilmente.

Roberto Pecchioli


 
Creazione continua di finte emergenze PDF Stampa E-mail

19 Marzo 2025

 Da Rassegna di Arianna del 16-3-2025 (N.d.d.)

Siamo certi che l’Europa non esiste? Esiste paradossalmente, in quanto atlantica, occidentale e in contrasto con l’America di Trump, che è americano, ma non occidentale. Trump ha infatti rivoluzionato il ruolo geopolitico dell’America unilateralista e globalista nel mondo dei neocon.

L’Europa si è sempre allineata alle strategie espansionistiche della Nato. L’ordoliberismo ha rappresentato la versione europea del sistema economico neoliberista imposto dagli USA su scala globale. Si è resa subalterna alla cultura liberal americana, con l’assimilazione della ideologia woke e si è schierata con gli USA di Biden nella guerra russo – ucraina, condividendone la legittimazione ideologica russofobica, quale conflitto delle democrazie occidentali contro le autocrazie orientali di Russia e Cina. In realtà, se gli USA, con la rottura dei legami economici ed energetici tra la Russia e l’Europa e la fine della potenza economica tedesca, hanno parzialmente raggiunto i loro obiettivi strategici, per l’Europa la scelta di campo filo atlantica si è rivelata un suicidio.

Oggi, nella prospettiva di una mediazione tra Trump e Putin che ponga fine al conflitto, la UE vuole la continuazione di una guerra già perduta a fianco dell’Ucraina, manifestando sorprendentemente velleità indipendentiste e ostili alla potenza egemone americana.

Ma la realtà è ben diversa. I leaders europei si dichiarano, con le loro esternazioni autonomiste, subalterni all’egemonia dell’America dei neocon, rappresentata dai democratici, recentemente sconfitta da Trump, ma tuttora in grado di esercitare il suo potere sulle classi dirigenti della UE.

Persistono pertanto e addirittura si rafforzano i legami tra la UE e i neocon, che si identificano con il Deep State americano della burocrazia, delle agenzie di sicurezza, del Pentagono, del dipartimento di stato. Poteri profondamente radicati negli USA e ramificati da sempre in una Europa, su cui la loro influenza dominate permane. Si configura quindi una situazione apparentemente paradossale in cui i neocon, estromessi dal governo degli USA, estendono con i loro apparati il loro potere sull’Europa, che si dichiara ostile a Trump, ma nello stesso tempo, rafforza la sua dipendenza all’America dei neocon.

La UE infatti, altro non è se non la espressione politica della presenza militare della Nato in Europa. La UE si rivela quindi integrata nelle conflittualità in atto nella politica interna americana. La contrapposizione tra liberal e conservatori (democratici e repubblicani), si riproduce in Europa nel conflitto tra forze progressiste e sovraniste, quali supporter politici e ideologici dell’egemone americano, inquadrati nelle due opposte fazioni di destra e sinistra. L’influenza del potere dei neocon sulla UE ha del resto la sua ragion d’essere nelle strategie di colonizzazione economica e finanziaria dell’Europa messe in atto dai fondi di investimento americani, che, quali holding finanziarie dalle ramificazioni globali, non si riconoscono nella “Fortezza America” di Trump.

In tale ottica, va dunque interpretato il piano di riarmo dell’Europa recentemente varato dalla Von der Leyen. Riarmo peraltro concepito per rafforzare la presenza europea nella Nato, a seguito venir meno del sostegno americano. Per il piano ReArm Europe si è fatto ricorso alla legislazione di emergenza prevista dall’articolo 122 del trattato di funzionamento dell’Unione europea, con l’esclusione del voto parlamentare. Emergenza scaturita dalla millantata minaccia mediatica di una invasione russa dell’Europa. Europa che, avendo esportato la propria democrazia, non ne dispone più al suo interno. Il caso della Romania insegna.

Il piano ReArm Europe (esclusa ogni ipotesi di debito comune europeo) prevede finanziamenti per l’ammontare di 800 miliardi per spese militari, di cui solo 150 miliardi sono costituiti da prestiti della UE, mentre i restanti 650 dovranno esser reperiti dagli stati con l’aumento del debito pubblico, con l’esclusione dell’indebitamento per la difesa dai parametri del Patto di stabilità. Le regole europee furono sospese per l’emergenza COVID, ma non è previsto per il riarmo l’acquisto del debito da parte della BCE. Occorre concludere quindi che l’aumento del debito e l’ulteriore spesa per interessi graverà sui cittadini.

La BCE ha ridotto il tasso di interesse al 2,5%, al fine di incentivare le banche al finanziamento degli investimenti nel settore della difesa. Ma si pone adesso il problema dell’assorbimento del debito degli stati. I mercati si dimostrano scettici riguardo a tali investimenti. Non a caso, all’annuncio del piano ReArm Europe, i rendimenti dei titoli di stato tedeschi si siano innalzati di 20 punti base. Evidentemente gli investitori manifestano la loro preoccupazione per l’aumento del debito pubblico degli stati, in una fase di crescita evanescente, se non di recessione dell’economia europea.

Questo abnorme incremento del debito per il riarmo precluderà ogni altra possibilità di indebitamento per gli stati (specie per l’Italia), per sostenere gli investimenti pubblici e la spesa sociale. Con il ReArm Europe verranno quindi sottratte ulteriori risorse alla sanità, alla previdenza pubblica, all’istruzione, alla ricerca. Gli stati, non essendo in grado di fare debito per il welfare, saranno costretti ad aumentare la pressione fiscale e ad effettuare ulteriori tagli alla spesa pubblica. Si paventa una nuova austerity, tipica dell’economia di guerra. Si accentuerà quindi la privatizzazione di sanità e previdenza a beneficio del settore delle assicurazioni private monopolizzato dai fondi di investimento, con conseguente estensione della finanziarizzazione dell’economia e del welfare europeo.

Si profilano inoltre in Germania (ma anche in Italia, data la stretta integrazione dell’economia italiana nella catena di valore tedesca), programmi di riconversione del settore dell’automotive nell’industria degli armamenti, che peraltro, ha una ricaduta minima per quanto concerne la creazione di domanda aggregata. La riconversione richiede tempi lunghi e pertanto si dovrà fare ricorso all’importazione di armamenti americani, che costituiscono attualmente il 65% del materiale bellico degli stati europei. Si rileva infine che occorrerà almeno un ventennio all’Europa per essere in grado di opporre alla Russia una adeguata deterrenza militare.

In assenza di crescita, potrebbero manifestarsi gravi rischi riguardo alla tenuta degli equilibri finanziari degli stati, che in tal caso sarebbero costretti a contrarre ulteriore indebitamento nei confronti dei fondi di investimento americani. Il ReArm Europe renderà l’Europa facile preda del capitalismo finanziario di oltreoceano.

La esasperata retorica bellicista, diffusa ossessivamente dai media e rafforzata dalla mobilitazione delle piazze, tesa a suscitare allarmi collettivi dinanzi allo spettro di fantomatiche minacce di invasione russa, deve essere inquadrata nel contesto della evoluzione del capitalismo finanziario. Quest’ultimo, onde prevenire l’implosione di nuove bolle finanziarie, come quella dei mutui subprime del 2008, alimenta artificialmente la propria sopravvivenza creando sempre nuove virtuali emergenze. Gli indici record dei mercati finanziari degli ultimi anni sono scaturiti da rinnovati stati di emergenza a tal fine suscitati mediaticamente. Alla emergenza sanitaria della pandemia, ha fatto seguito quella climatica, così come ora sorge quella bellica che impone il riarmo. Occorre quindi dirottare i capitali in fuga da altri settori (quali quelli del green e dell’ hi-tech la cui bolla finanziaria è in procinto di esplodere), verso gli investimenti nei titoli delle holding degli armamenti. Il ReArm Europe peraltro, genererà ulteriore inflazione con nuove crisi nei mercati energetici, con l’incremento dei costi delle materie prime, su cui si innesteranno nuove manovre speculative.

Occorreva dunque creare un nuovo nemico assoluto identificato questa volta in Putin, onde effettuare una riconversione bellica del capitalismo finanziario. Del resto, le guerre si sono rivelate da sempre una provvidenziale fonte di sopravvivenza per il sistema capitalista. Con la Seconda guerra mondiale infatti gli USA superarono la crisi del ’29. Ci si chiede però con quali truppe potrà l’Europa riarmarsi, data l’indisponibilità conclamata dei popoli europei ad affrontare conflitti bellici. Così come avvenne per la creazione degli eserciti coloniali dei secoli scorsi, si farà ricorso all’arruolamento delle masse disperate dell’immigrazione clandestina oltre che al reperimento di mercenari nelle carceri, con il condono delle pene detentive. La Meloni ha dichiarato che l’Italia necessita di nuovi arruolamenti per 40.000 unità. Con il riarmo si potrebbero risolvere quindi i problemi dell’immigrazione clandestina e del sovraffollamento delle carceri.

Le prospettive di riarmo europeo hanno prodotto profonde fratture trasversali tra i popoli e nel contesto politico ufficiale. Non c’è da stupirsi del fatto che le oligarchie europee mirino ad esorcizzare i propri fallimenti con la creazione di sempre nuove emergenze. Al di là della obsoleta dicotomia destra / sinistra, si delineano schieramenti trasversali sul riarmo europeo che, in una fase di crisi economica strutturale, quale quella in cui versa l’Europa, potrebbero condurre alla dissoluzione sia degli equilibri interni degli stati, che a fratture insanabili tra gli stati membri, tali da erodere progressivamente l’unità della UE.

Solo dalla destabilizzazione della gabbia europea e atlantica potrebbero sorgere nuove speranze per una nuova Europa.

Luigi Tedeschi


 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 16 di 3873